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Fine di un divieto?

di Antonio Palagiano

Finalmente, una sentenza liberatoria, finalmente l’Italia si pone in linea con gli altri Paesi d’Europa nel campo dei diritti civili e delle scelte individuali. Finalmente è caduta quell’odiosa discriminazione sociale che consentiva solo a pochi eletti di recarsi all’estero per sottoporsi ad una fecondazione eterologa e condannava i più a rinunciare alla propria genitorialità.

E’ una sentenza storica, ma è necessario chiarire una cosa: il ricorso alla fecondazione eterologa, cioè quella con un donatore esterno, maschio o femmina che sia, interessa un numero limitatissimo di coppie rispetto a tutte quelle che decidono di ricorrere alla procreazione assistita.  Numeri ufficiali, ovviamente, non ce ne sono, in quanto la riservatezza, in questi casi è d’obbligo. Ma si calcola che, se sono poco meno di 100mila i cicli complessivi (di tutte le tecniche), che vengono ufficialmente praticati ogni anno in Italia, sarebbero all’incirca 4.000 le coppie che decidono di espatriare a causa delle limitazioni imposte, fino a ieri, dalla Legge 40/2004.

Un numero limitato, ma certamente significativo, se si considera che sarebbero circa 2.500 i bambini italiani che ogni anno vengono messi al mondo con l’”eterologa”.

E così, il 9 aprile scorso, c’è stata la svolta storica, con la sentenza della Consulta che ha definito incostituzionale il divieto della fecondazione eterologa, sancito dal terzo comma dell’articolo 4 della Legge 40. Effettivamente, come ha sostenuto l’avvocato dello Stato, “la legge sulla procreazione medicalmente assistita è forse datata (…) e gli avanzamenti della scienza vanno più veloci del diritto”.

Ma c’è un punto che la politica si ostina, purtroppo ancora, a non capire, e cioè che sono repentinamente mutati i costumi e le esigenze della società in cui viviamo. Non ci si può rifare, ipocritamente al referendum del 2005, vinto esclusivamente per astensionismo, quindi, non tanto per le motivazioni del fronte del No, quanto per il distacco dalla politica dei cittadini comuni.

Mi sconcertano le parole di chi, ministro Lorenzin in testa, non si rende conto delle “nuove” esigenze sociali degli italiani e invoca, con insolita solerzia, un urgente coinvolgimento delle Camere, prima che scoppi il caos o il “far west”. Credo che, mai come in questo caso, sia doveroso un pacato dibattito politico che stemperi quel clima di guerra ideologica, già vissuto in occasione della discussione sul testamento biologico e che non ha prodotto alcun risultato.

Anche dopo questa sentenza ed anche in questa occasione il Parlamento si mostra scollato dalla realtà e non riesce, quindi, a sentire il polso dei cittadini che vogliono una maggiore libertà decisionale nel campo dei diritti civili.

Il vero rischio è che la falange fondamentalista del Palazzo si riorganizzi e legiferi nuovamente al solo fine di inficiare la sentenza della Corte Costituzionale. In che modo? Cancellando l’anonimato dei donatori, per esempio, come stanno già dicendo da un pò.

Quel che resta della legge 40, oggettivamente, è più che sufficiente per garantire ciò che veramente è importante: il divieto di disconoscimento della paternità e della commercializzazione di gameti ed embrioni,  sanzionata con pene severe che prevedono la reclusione fino a 2 anni e multe salate fino a 1 milione di euro. Nessun vuoto normativo da colmare, quindi, ma solo un maldestro tentativo che nel calcio si chiamerebbe “fallo di reazione”. Il ministro Lorenzin dimostri lungimiranza, indipendenza e vicinanza alle donne, convochi in audizione le società scientifiche e recepisca le linee guida che gli scienziati della materia suggeriranno, nell’esclusivo interesse del cittadino e non di una singola parte politica. Perché le linee guida, in tutto il mondo, le fanno le società scientifiche e non i funzionari del Ministero. Come è accaduto troppe volte in passato con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.