06 Dic Dal primo colloquio alla rinuncia: comprendere le ragioni del “failure to return” in PMA
La letteratura sulla Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) evidenzia da tempo come il “dropout” rappresenti uno dei principali ostacoli all’efficacia dei percorsi di cura. Un recente studio multicentrico italiano, pubblicato su Human Reproduction (Scognamiglio et al., 2025) , contribuisce a fare chiarezza su un aspetto spesso poco indagato: i motivi che spingono le coppie a non tornare dopo la prima visita di consulenza.
Disegno dello studio
L’analisi ha incluso due componenti:
• Retrospective cohort (2012–2021): 24.773 coppie al primo accesso presso Humanitas Fertility Center, di cui 6.174 (24,9%) non hanno fatto ritorno.
• Prospective cohort (2021): 3.214 coppie, di cui 986 (30,7%) non sono tornate. A queste è stato somministrato un questionario telefonico mirato (response rate 85,1%).
Risultati principali
Le variabili cliniche più strettamente associate al “failure to return” sono risultate:
• Età femminile più avanzata (37,1 vs 35,6 anni).
• Bassa riserva ovarica (AMH più basso, FSH più alto).
Tuttavia, i dati qualitativi rivelano la natura multifattoriale del fenomeno:
• Idoneità a trattamenti eterologhi: 34,1% (non sempre rimborsati dal SSN).
• Gravidanza spontanea: 29,2%.
• Scelta di un altro centro: 18,7%, spesso per motivi logistici, liste di attesa o pregressa inclusione altrove.
• Carico psicologico: 9,6%, legato alla percezione di un percorso troppo gravoso.
• Esperienza negativa con il medico: 7,3%, includendo mancanza di empatia o informazioni percepite come insufficienti.
• Altri motivi: logistica, problemi economici, separazione di coppia, comorbilità.
Dal concetto di “dropout” al “failure to return”
Lo studio invita a distinguere tra:
• Dropout → interruzione definitiva del percorso di PMA.
• Failure to return → scelta di non proseguire nello stesso centro o di rimandare, senza necessariamente abbandonare la ricerca di una gravidanza.
Questa distinzione ha importanti implicazioni cliniche e organizzative: non tutte le coppie che non tornano hanno realmente rinunciato al trattamento, alcune intraprendono percorsi alternativi.
Implicazioni cliniche
I dati confermano che fattori non modificabili (età, riserva ovarica) devono essere affrontati con counseling precoce e realistico, ma evidenziano anche il peso di fattori modificabili, su cui i centri possono intervenire:
• Supporto psicologico integrato sin dal primo colloquio, in linea con le raccomandazioni ESHRE (2015).
• Formazione specifica per i clinici su comunicazione empatica, gestione delle aspettative e chiarezza informativa.
• Miglioramento organizzativo (tempi di attesa, continuità assistenziale, accessibilità logistica).
• Politiche sanitarie uniformi per l’accesso alle tecniche eterologhe, ancora oggi variabili sul territorio nazionale.
Un dato da sottolineare
Studi precedenti (McLernon et al., 2016; De Neubourg et al., 2021) hanno dimostrato che la cumulative live birth rate dopo cicli multipli di IVF può raggiungere l’83%, valore paragonabile alla probabilità di gravidanza naturale di una popolazione fertile. La mancata continuità nei trattamenti compromette quindi in maniera significativa le possibilità di successo complessive.
Conclusioni
Il lavoro di Scognamiglio e colleghi dimostra che il “failure to return” non è un fenomeno marginale: coinvolge circa un quarto delle coppie già dal primo accesso. Comprendere le ragioni di questa scelta è cruciale per migliorare l’aderenza ai trattamenti, ottimizzare l’organizzazione dei centri e offrire percorsi realmente centrati sulla coppia.
Per la comunità scientifica e clinica, la sfida è duplice:
1.Potenziare l’empowerment delle coppie, fornendo informazioni chiare, reali e accessibili.
2. Ridurre le barriere psicologiche, organizzative ed economiche, con interventi mirati e politiche di sistema.
In questo senso, SIFES-MR ribadisce l’impegno a promuovere ricerca, formazione e buone pratiche per una PMA sempre più inclusiva, empatica ed efficace.
